samedi 8 novembre 2014

Impatto socio-economico e ambientale delle coltivazioni minerarie in Repubblica Democratica del Congo



   
Generalità
A tutti gli effetti, la Repubblica Democratica del Congo è tra i paesi con maggiori     ricchezze minerarie al mondo, con una  popolazione che vive sugli enormi giacimenti di minerali potenzialmente economici come il rame, il cobalto, il diamante, l’oro, il Coltan, lo stagno ecc … Tuttavia, è paradossalmente triste osservare che la RDC sia tra i paesi economicamente più poveri del pianeta. Secondo il rapporto mondiale sullo sviluppo umano nel 2013 (PNUD): più del 71% dei Congolesi vive con meno di un dollaro americano al giorno.
La Repubblica Democratica del Congo può quindi essere considerato uno scandalo geologico, ma anche e soprattutto uno scandalo politico per la gestione disonesta delle sue risorse naturali. Le sue ricchezze fin dal tempo coloniale non hanno mai dato approvvigionamento né alla popolazione né allo stato Congolese per il suo sviluppo e per il benessere quotidiano dei suoi cittadini, anzi hanno portato ingiustizie, conflitti e danni ambientali enormi al paese.
La situazione delle popolazioni nei siti minerari si è aggravata proprio  nel momento in cui tutti aspirano ad un mondo moderno migliore e sono in uso nuove e efficaci tecnologie per lavorare meglio e limitare i pericoli nei luoghi di lavoro come quelli del settore minerario. La mancanza  totale della protezione della parte di  popolazione che lavora nelle miniere, l’inquinamento delle acque potabili, le emissioni  tossiche dalle fabbriche  di trasformazione mineraria, la contaminazione radioattiva, non preoccupano concretamente né le autorità del paese né i responsabili delle compagnie minerarie, tanto meno la popolazione stessa,  che non viene istruita adeguatamente e quindi ignora i rischi salutari e ambientali che ne possono conseguire.

    Destabilizzazione del settore minerario: impatto sociale

Diversi anni di guerre civili e instabilità politica nella RDC hanno portato ad uno sviluppo molto informale del settore minerario  al quale sono associate problematiche socio-ambientali (Ad esempio cattive condizioni di lavoro,  lavoro minorile nelle miniere, espropriazione delle terre alle popolazioni autoctone, ecc) e  perdite di reddito per lo stato.
Il settore minerario è stato decisamente colpito dalla disintegrazione dello stato congolese, la corruzione e la distruzione progressiva delle infrastrutture di base, e dai conflitti armati che ne sono derivati.   L’industria mineraria è totalmente caduta nel 1990, anno in cui il regime dell’ex-dittatore MOBUTU ( presidente dello Zaire d’allora) entrò in crisi con destabilizzazione totale del potere e dell’autorità dell’ex-dittatore che portò all’accesso al moltipartismo e anche dovuta alla caduta del mercato delle materie prime che gli portò a rivedere alla diminuzione delle dotazioni e rimunerazioni delle personalità politiche e agenti delle amministrazioni pubbliche. Questa situazione ha dato via libera alla corruzione incontrollabile e al settore informale soprattutto dalle personalità politici che hanno visto i loro vantaggi diminuire e  provocò un’instabilità del clima degli affari per gli investimenti formali  lasciando spazio alle attività artigianali informali che impiegano centinaia di migliaia di miniatori tra cui donne e bambini. Come accennato all’inizio del paragrafo, le guerre tra 1996 e 2003 a Nord e Sud Kivu e Ituri ( regione orientale della RDC), hanno rafforzato lo sfruttamento illegale dei minerali che ha permesso la formazione di molte milizie che combattono per prendere il controllo delle miniere,  che risultano utili per ricavare risorse economiche  necessarie per l’acquisto degli armi. In questo contesto di insicurezza e illegalità, l’economia mineraria è particolarmente opaca, il che rende molto difficile l’accesso ad informazioni affidabili e accurate ( ad esempio localizzazione precisa delle miniere, i volumi di produzione esatti, ecc) e ciò non favorisce lo sviluppo economico dello stato. Nonostante ciò resta la consapevolezza che il settore minerario potrebbe risultare il più grande potenziale economico del paese, e quindi la pace sociale della popolazione congolese in generale e delle zone minerarie in particolare.

Impatto ambientale e sociale dello sfruttamento minerario artigianale

a.     Impatto sociale
Le attività  minerarie artigianali in RDC sono più diffuse di quelle industriali a causa della mancanza di una buona politica mineraria al paese, degradazione della sicurezza e clima di affari e anche perché le attività artigianali richiedono pochi investimenti. Queste attività minerarie artigianali sono spesso associate a degli impatti sociali negativi; il settore minerario artigianale è molto informale e incontrollato, i gruppi armati in collaborazione con i multinazionali occupano le terre delle popolazioni locali per svolgere le attività minerarie, creando l’insicurezza e costringendo queste popolazioni a migrare verso le zone tranquilli e spesso trovandosi spaesati e abbandonati a loro proprio sorto. Nelle zone minerarie, l’unico sfoco per gli uomini minorenni che adulti dopo un pesantissimo lavoro nelle miniere è l’alcolismo e sessualità e prendono anche droga per avere più forze di lavorare, sono proprio tossicodipendenti. Nessuna regola di sicurezza sia ambientale che umana non è applicato a fatto, le persone sono esposte agli inquinamenti dai minerali tossici e sono costretti a svolgere duri lavori creandole problemi di salute. Le donne , pur non avendo le stesse capacità  che gli uomini di lavorare nelle miniere, per sopravvivere, si espongono alla prostituzione  sia adulta che minorile. in queste zone, regna la regola “ chi può, vive, chi non può, non vive” ciò qualche sia l’età, occorre lavorare nelle miniere per sopravvivere e i minorenni sono i più sfruttati perché svolgono lavori che non sono alla loro altezza. le aree minerarie spesso sono zone di conflitti armati teoricamente tribali o etnici e regna una  discriminazione senza precedenza tra le donne e gli uomini e tra tribù della zona; i militari dei gruppi armati sorvegliano i lavoratori  e si lanciano alle  violenze di ogni genere.

-          Lavoro Minorile nei siti minerari

Un numero molto elevato dei bambini e adolescenti lavorano nel settore minerario artigianale in Repubblica Democratica del Congo, nonostante sia proibito dalla legge congolese e le convezioni delle Nazioni Unite ratificate  dallo stato Congolese. In alcun siti minerari si contano fino a circa 40% dei lavoratori minorenni  I lavori faticosi  che compiono questi minorenni danneggiano la crescita dei loro organi e le loro ossa e l’esposizione ai minerali, alla polvere, alle sostanze chimiche e alla radioattività può avere un impatto ancora più negativo sui minori che sugli adulti.

-         Legalità e lavoro delle donne nelle miniere

In virtù della costituzione congolese, le donne hanno legalmente il diritto di lavorare nel settore minerario. Esistono tuttavia norme a livello regionale e delle strutture di gestione delle miniere che limitano la capacità delle donne di accedere alle pari opportunità. In generale  pochissime donne vanno a scavare nelle miniere, almeno che lavori sui residui, nelle zone o carriere a minerali di basso tenore. Tuttavia, spesso le donne sono coinvolte nel trasporto dei materiali e trattamento artigianale dei minerali. In queste zone minerarie, le donne sono spesso vittime delle violenze sessuali sia dai militari sia dai poliziotti che controllano o le miniere o la zona  e prostituzione dai commercianti e minatori, in più, la mancanza d’igiene e servizi per la sanità e la presenza di un gran numero di militari attivi e inattivi portatori di diverse malattie come AIDS in alcune zone, favoriscono un tasso molto elevato di malattie (come diarrea, VIH/aids, ecc) e problemi di salute e di sicurezza nei siti delle miniere.

b.     Impatto ambientale
Oltre alle problematiche sociali, la coltivazione mineraria ha grandi impatti sull’ambiente in RDC. Ad esempio, gli alberi sono tagliati e abbandonati sui siti minerari artigianali per fornire la legna per costruire i campeggi , sostenere i tunnel  e pozzi, come si può vedere sulle figure  così come  per produrre il carbone . La coltivazione mineraria artigianale  è effettuata generalmente alle vicinanze delle sorgenti e corsi d’acqua. Le sorgenti  che servono all’acqua per la consumo umano non sono protette e quindi l’acqua è contaminata dai minerali lavati. Nei siti di estrazione d’oro ad esempio, si usa molto il mercurio , un elemento chimico fortemente tossico e cancerogeno che si trova tra i primi posti di pericolosità sanitaria nella lista dei “ Killer metals” dell’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ( EPA) ( G.Tanelli). Quando la miniera non produce più, i minatori si spostano verso un altro sito senza pensare alla bonifica dei siti precedenti. Le coltivazioni minerarie sia artigianale che industriale vengono effettuate anche nelle zone protette, ciò costituisce un reato secondo il regolamento minerario che vieta la creazione delle zone di coltivazione mineraria nelle zone protette. Il caso tipico è quello del parco di Virunga, considerato zona protetta e dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO  in cui si trovano giacimenti  importanti di petrolio. Sebbene gli accordi per lo sfruttamento di questi giacimenti siano ancora in corso di trattativa, diverse compagnie petrolifere ( Total, Eni, ecc.) sono già in fase di prospezione e esplorazione 

  Migrazione

Oggi le zone minerarie a grande potenziale economico in RDC sono diventate fuochi di tensioni, di insicurezza e non solo, anche di battaglia per interessi economici da diverse compagnie private sia nazionali che straniere. Questa situazione provoca la migrazione dei popoli autoctoni verso le zone più tranquille, inoltre crea un’ingiustizia senza precedente, espropriando di forza le terre agli indigeni e distruggendo i loro villaggi costringendoli quindi di migrare sempre. I popoli più colpiti e quindi più marginalizzati sono i “Pigmei”, principalmente i “Mbuti”()  che da tempo vivono di caccia, pesca e agricoltura. I loro villaggi sono costruite in aree in cui sono localizzati  mineralizzazioni di interesse economico, le compagnie minerarie  a volte in complicità con le autorità statali, li espropriano delle loro terre per sfruttare i minerali come il Coltan 

  Constant NZ.

jeudi 6 novembre 2014

Contexte historique de l’industrie du diamant en RDC

Partie 2


La RDC présente l’image d’un vaste territoire immergé dans des problèmes apparemment inextricables. Il suffi t d’en résoudre un pour que d’autres surgissent. D’aucuns sont tentés, d’abandonner ce vaste pays au coeur de l’Afrique d’autant plus que d’autres marchés plus prometteurs s’ouvrent ailleurs, notamment en Europe de l’Est et en Asie. Ce tableau sombre du pays qui a démobilisé les initiatives louables ne date pas d’hier. En effet, les problèmes de la RDC sont en fait liés aux aléas de son histoire, fort mouvementée et de son devenir successif au fi l du temps. Cependant, cette situation n’a pas échappé à la perspicacité de la Société Civile tant Internationale que Nationale et de certaines Institutions internationales.
D’une manière générale, le pays a cessé de paraître exotique et lointain, et rares sont ceux qui ne sont pas convaincus des incidences profondes que la lutte pour le développement du Congo aura sur les habitants de
l’Afrique centrale spécifi quement et du continent d’une façon globale. Nous voulons, dans les lignes qui suivent, esquisser à grands traits quelques faits historiques qui ont émaillé l’industrie de diamant aux Kasaï ; cerner les causes essentielles de leurs échecs dans le processus de développement et fi nalement proposer des stratégies susceptibles à amener la RDC à un développement axé sur la mise en valeur des
ressources minières qui lui sont propres. La prolifération anarchique en Afrique et particulièrement en RDC
des industries extractives est sans nul doute un épiphénomène de la colonisation : « le diamant par exemple n’est plus tabou ». Dans tous les cas, on assiste aujourd’hui à une hausse énorme et incontrôlée des exploitations des différents minerais. Ces mouvements ont des conséquences sociales détestables : abandon des cultures, migration des populations dans des conditions sanitaires déplorables, hausse locale  du coût de la vie, et baisse de la morale (les acheteurs et négociants de diamant ne sont pas de saints), déperditions scolaires, etc..
Ces engouements passionnés sont très diffi ciles à réprimer. Tout au plus essaie-t-on de les contrôler par l’établissement de comptoirs d’achats offi ciels, mais la fraude ne perd jamais ses droits dans un pays qui vit
encore la période douloureuse d’enfantement de la démocratie. Outre le gaspillage de richesses naturelles dilapidées par les exploitations souvent très mal conduites, l’Etat congolais, parfois impuissant, parfois
complice, voit se tarir d’importantes sources de revenus, car, à la différence des sociétés minières, les exploitants artisanaux, pour la plupart, échappent généralement à l’impôt et aux taxes. Aussi, le Processus de Kimberley est venu timidement atténuer cette exploitation illicite.

 De l’Epoque Coloniale

Notre intention à ce niveau d’analyse ne consiste pas à pas exposer toute l’histoire détaillée de l’industrie de diamant au Kasaï au temps de l’Etat Indépendant du Congo (E.I.C). Toutefois, il nous semble utile de rappeler quelques faits importants qui ont émaillé l’activité industrielle de l’époque Belge.
En effet, le mardi 6 novembre 1906, un décret royal a créé la Société Internationale Forestière et Minière du Congo (Forminière). La première exploitation industrielle notable fut assurée par la Forminière, une fi liale
de la Générale de Belgique, laquelle exploite le diamant depuis 19206. Cette société fut plus tard transférée de Tshikapa à Mbuji Mayi où le diamant était exploité à faible profondeur (plus au moins3 mètres).
Selon une légende populaire encore fraîche dans la mémoire collective : « Dans Mbuji Mayi, après chaque pluie on y ramassait des diamants. Aussi, en creusant même dans sa parcelle, les habitants y trouvaient quelques pépites de diamant » (sic)
L’objet de la Forminière était à la fois minier, agricole, commercial, fi nancier et industriel. Il lui était accordé : des droits exclusifs de recherches minières, pendant six ans au sud du 5e parallèle sud, pendant douze ans au nord de cette ligne ; le droit d’obtenir la concession des mines découvertes, à concurrence d’une superfi cie totale de 3.716.700 hectares, dont 2 millions d’hectares au nord du 5e parallèle sud et, en outre, de
vingt mines d’une superfi cie maximum de 10.000 hectares chacune et une concession d’exploitation de terres pour une durée de 99 ans, partant sur une superfi cie totale de 1.100.000 hectares.
Il sied de noter que les décrets, les statuts et les conventions portant création des trois grandes sociétés de 1906 : Union Minière du Haut Katanga, aujourd’hui Gecamines (28 octobre 1906) ; Compagnie du Chemin de Fer du Bas Congo au Katanga (31 octobre 1906) et Société Internationale et Minière du Congo Belge (06 novembre 1906)9, paraissent au moment même où s’engagent, à la Chambre Belge, de longs et passionnés débats au sujet de la reprise du Congo par la Belgique. Au cours des débats, certains orateurs critiquèrent âprement ces grandes concessions accordées pour de longues années et un député s’écrie à la
séance du 7 décembre 1906 : « le souverain du Congo est devenu l’émule,
en même temps que l’associé, de grands chefs de trusts américains ». Cela va sans dire que l’Etat colonial attachait un grand prix au progrès de l’industrie minière. Pour hâter la mise en valeur du sous-sol congolais, il a poussé à la constitution de sociétés puissantes, capables d’engager dans les recherches et dans l’exploitation des capitaux considérables. Cette politique des grandes concessions s’est révélée remarquablement féconde naturellement pour la Belgique (qui est sortie sans dette après la seconde
guerre mondiale) et dans une moindre mesure relativement positive pour les peuples colonisés. En revanche, l’ampleur des abus du régime Léopoldien devint une affaire internationale en 1890. C’est grâce aux critiques ouvertes de G. W. Williams (un noir américain), suivies par celles des missionnaires protestants, principalement britanniques et américains qui commencèrent à rapporter quelques détails des souffrances infl igées par la nouvelle politique économique du colon que les voix s’élevèrent. En 1903, la question des scandales du Congo fut évoquée pour la première fois dans un débat devant le Parlement Britannique11. Celui-ci a hâté la fi n de l’Etat Indépendant du Congo en tant que domaine privé royal. Notons également que les années vingt furent pour le Congo une période de croissance rapide ; l’infrastructure minière, celle des plantations et des transports étaient établies. Le Katanga, qui avait été relié par le rail à l’Afrique du Sud en 1911, devint un pole de développement essentiel à mesure que l’exportation du cuivre prenait un essor rapide. Aussi, deux grandes exploitations de gisements diamantifères furent ouvertes au Kasaï, etc. Tous ces efforts de mise en valeur des ressources naturelles du Congo Belge, créèrent une demande de main-d’oeuvre intense, et le recours au recrutement forcé fut étendu. Les mêmes sources signalent que le nombre des salariés passa de 125.120, en 1920, à 421.953, en 1926. L’impact de cet accroissement était multiplié par le caractère extrêmement bref de la durée d’emploi de la plupart des travailleurs, qui exigeait un réapprovisionnement constant du marché. Des mesures extravagantes furent envisagées, et la population
rurale fut l’objet de recrutement forcé, particulièrement dans les zones minières. Les processus de la décolonisation commencèrent dans les grandes agglomérations comme : Kinshasa (Léopoldville), Kisangani (Stanley ville) et Lubumbashi (Elisabetville) où des groupes appréciables d’africains et alphabétisés commencèrent à s’unir. La principale voie pour atteindre le statut social le plus élevé possible était la prêtrise, en passant par les séminaires, souvent, de l’Eglise catholique. A ce moment, l’élite congolaise naissante ne défi ait pas ouvertement le système colonial ; en réalité, ses revendications étaient centrées sur le traitement inégal dont les congolais instruits étaient victimes. Si l’année 1960, date de l’accession du Congo à l’indépendance, constitue évidemment une charnière importante dans l’histoire de la RDC, il reste
nécessaire de découvrir les mouvements et les tendances sous-jacentes qui conduisirent le pays à sa souveraineté nationale, et ensuite les grandes lignes de l’évolution du Congo Indépendant.

 De l’Indépendance à la chute de Mobutu (30 Juin 1960 à Mai 1997)

En 1961, soit un an après l’accession de la RDC à sa souveraineté nationale, la Minière de Bakwanga, Miba en sigle, exploite le diamant de façon industrielle en remplacement de la Forminière. Sur le permis d’exploitation, sa concession est estimée à 78.000 Km² dont 700 à 1000 Km2 de grand polygone, avec son siège d’exploitation à Mbuji Mayi13. La Miba est une Société Para Etatique où l’Etat détient la majorité des
actions (80 %) et la SIBEKA, fi liale de la Générale de Belgique (20 %). Mais, selon diverses sources, la SIBEKA serait achetée par Mwana Africa, qui serait dorénavant patron de la SIBEKA. Elle exploite le diamant en carrière sur le lit de la rivière Lubilanji et Kanshi avec des dragues, aussi à ciel fermé pour atteindre la couche de Kimberlite sur l’un des fameux douze massifs. A titre de rappel, les produits miniers fournissaient à la RDCongo les deux tiers de ses revenus d’exportation. Il s’agit principalement du cuivre,
du cobalt, du diamant et du zinc. De 1988 à 1993, la production de cuivre est passée de 465.000 tonnes à 48.400, celle du zinc, de 47.300 à 4.200, et de cobalt, de 10.000 à 2.40014. Seul le diamant faisait exception avec une production fl uctuant entre 13 millions et 18 millions de carats selon les
années durant cette période Il est vrai qu’au-delà de chiffres très approximatifs, le caractère artisanal
de la production du diamant et ses facilités de commercialisation laissent beaucoup plus de souplesse à ce secteur.
En 1993, la RDC, jadis République du Zaïre a perdu sa position de premier producteur de cobalt mais conservait encore le deuxième rang dans le domaine du diamant industriel. En dehors du gisement de Miba,
la production a été privatisée en 1983. Des licences ont été accordées à des cartels, dont le principal, Sediza, appartient à la De Beers. Toutefois, une grande partie était exploitée en dehors de tout contrôle. On estime généralement que la quantité écoulée en contrebande égale celle de la production offi cielle malgré les mesures prises en son temps pour lutter contre les exportations illégales

 De la chute de Mobutu : Mai 1997 en Octobre 2007)

Dans un passé récent, la Miba a signé des contrats de partenariat avec beaucoup d’entreprises notamment DE BEERS, B.H.P. BILLITON, qui présentement, sont dans la phase de prospection. A part la Miba, une deuxième société d’exploitation industrielle de diamant mérite d’être signalée. Il s’agit de la Minière de Senga-Senga- Kamisangi (Sengamines). A l’origine cette société avait été créée dans le cadre de l’effort de guerre. La Sengamines fut créée le 29 août 2000, entre la RDC et ses partenaires Zimbabweens, venus secourir les Forces Armées de la RDC, en guerre contre ses voisins Ougandais et Rwandais.
Dans le cadre de l’effort de guerre, l’allié de la RDC, le Zimbabwe a une seule alternative : disposer des capitaux frais pour assister un partenaire en proie à la guerre d’occupation. La nouvelle fi rme va obtenir une partie des concessions de la Miba, dont le littoral de la rivière Senga-Senga à Bena Mulumba, pour l’exploitation alluvionnaire et toute la vallée kimberletique de Tshibwe dans le territoire de Miabi17. Ces deux gisements étaient estimés à une valeur de 1.63 milliards de dollars américains. La Sengamines a été mise en place par une convention minière du 29 août 2000. Dans son article 5, alinéa 2 des statuts notariés le 07 décembre 2000, les actionnaires sont : Olseg Zimbabwe 49 %, Comex 50 % et l’Etat congolais 0,6 % et autres 0,4 %. Son siège social est à Boya, Localité située à 50 Kms de Mbuji Mayi. En mars 2005, la Sengamines a mis la clé sous le paillasson. Offi ciellement, c’est pour raison de rupture de stock de carburant18 que la Sengamines a mis fi n à ses activités, mais les raisons réelles sont à chercher dans l’art de
la gestion orthodoxe d’une entreprise de ce genre. A titre indicatif, dans le secteur industriel, la production de la Miba a crû en 2003 pour atteindre 6,8 millions de carats évalués à 102 millions de dollars américains. Cette production représente une augmentation de 27 % de volume et de 42 % de la valeur par rapport à l’année 200219. De manière plus explicite, entre les années 1983 et 2002, pendant plus au moins 20 ans, sur 368.464.663 carats de diamant vendus pour une valeur moyenne de 5.506.128 de dollars américains, l’artisanat minier et la petite mine ont produit 242.961.728 carats pour une valeur de 4.116419.880
dollars américains, soit 66 % en carat et 75 % en valeur, contre 34 % et 25 % en valeur pour l’exploitation industrielle20. La Sengamines, quant à elle, ayant exporté pour 5 millions des dollars jusqu’à la fi n de l’année 2002, a vu sa production croître en 2003, avec une exportation de plus de 16 millions de dollars.
De tout ce qui précède, il y a lieu de constater que la production de diamant dans Mbuji Mayi est une réalité indéniable, quand bien même les statistiques sont à prendre avec toutes les réserves d’usage dans la
mesure où la sous-estimation et la contrebande sont monnaie courante dans ce secteur. Dès lors, une question mérite d’être soulevée : où va le peu d’argent que le diamant génère ? En observant de près la ville de Mbuji Mayi, on est tout de suite frappé  l’intensité des mouvements sur les sites diamantifères, autour des
comptoirs et de multiples marchés de diamants. On est également attiré par les différents chantiers des constructions : les bâtiments privés y poussent comme des champignons. Même impression en y voyant les
véhicules luxueux qui y circulent.
A ces signes qui peuvent être qualifi és de positifs parce qu’ils montrent que l’argent circule réellement dans la ville diamantifère s’ajoutent d’autres réalités plus attristantes. Il s’agit de la pauvreté extrême de la population dans sa majorité, la famine au sein de cette même population,21 le manque d’eau et d’électricité dans une grande partie de la ville, les pratiques et comportements ostentatoires, etc. Ainsi, la richesse de Mbuji Mayi n’est qu’un mirage. Les causes à l’origine de cet état de choses peuvent se résumer comme suit : la pratique d’une économie de prédation héritée de la colonisation belge et qui poursuit son
bonhomme de chemin avec les acteurs en présence (sociétés minières, comptoirs agréés, négociants, autorités politiques) ; absence d’une politique globale de développement du pays et de la Province en particulier qui prenne en compte le diamant comme ressource à capitaliser ; manque d’encadrement effi cace des mineurs artisanaux ; absence d’un cadre normatif incitateur qui puisse motiver et promouvoir une classe moyenne ; insuffi sance des capacités et compétences en matière de management des affaires dans le chef de diamantaires ; méfi ance et confl its entre diamantaires (possédant d’énormes avoirs) peu instruits en majorité et les détenant du savoir. En défi nitive, dans l’espace diamantifère du Kasaï, on trouve six groupes qui ont les mêmes intérêts (gain d’argent) mais, affi chent une attitude concurrentielle. Au niveau de l’élaboration des stratégies, la divergence demeure. Les trois derniers acteurs qui évoluent dans le secteur ont pour responsabilité le développement des communautés. Mais hélas, la réalité en est tout autre sur le terrain.
Dans tous les cas, on assiste à une hausse énorme et incontrôlée de la production kasaïenne de diamant, jusqu’à l’épuisement des zones les plus riches (le diamant est une ressource non renouvelable), l’exemple du
Brésil en dit long. Les « diamineurs » qui vivent misérablement dans ces coins du pays sont satisfaits de teneurs très faibles et d’un profi t infi me… toujours dans l’espoir et dans la recherche de la découverte d’une belle pierre qui les enrichira (très provisoirement du reste).
...
Fonte: www.sarwatch.org

L’industrie du diamant en République Démocratique du Congo : pour quel développement

Partie 1
Chercheur d'or artisanal ( Lukula, RDCongo)
Introduction
Grand pays au centre du continent africain, la République Démocratique du Congo (RDC) est richement dotée en ressources minières. Et pourtant, elle compte parmi les pays les moins avancés de la planète.
La désagrégation de ses structures économiques formelles au détriment de l’informelle, la mauvaise gouvernance et l’attitude d’indifférence qu’affi che la classe dirigeante éloigne de plus en plus le pays des voies reconnues du développement, rendant précaires les conditions de vie des populations. Au-delà de son aspect moral, la réduction de la pauvreté est désormais reconnue comme indispensable à la paix et à la sécurité sociales. La démarche actuelle consistant à envisager la perspective d’une stratégie axée sur une croissance durable et stable par la bonne gouvernance de nos ressources naturelles, s’impose comme étant une nécessité inéluctable. Avec une population estimée à environ 60 millions d’habitants, la RDC
constitue un vaste chantier dans lequel l’Etat reste l’entité ultime, capable de donner une impulsion vive pour une reconstruction véritable du pays. Dans la droite ligne du « mieux être » en RDC, pays où sont concentrées de fabuleuses ressources naturelles, nous l’avons souligné plus haut, qui par ailleurs ne profi tent nullement aux populations autochtones et au pays d’une manière générale, le développement devrait s’appuyer également sur les richesses minières malgré la crise fi nancière qui trouble le monde.
Dans le cas notre étude, le secteur minier, en particulier le secteur du diamant, devrait jouer un rôle moteur dans la quête de l’épanouissement intégral du congolais, d’autant plus que l’industrie du diamant est l’un des
principaux pourvoyeurs en devises étrangères au pays. Comme on le sait, il existe de nombreuses études traitant du secteur minier dans son ensemble, menées notamment par la Banque Mondiale (BM) et par d’autres structures de la société civile. Aussi, le présent travail s’appesantit-il spécialement sur l’industrie du diamant et ses répercussions socio-économiques en RDC.
En effet, il s’agit dans cette étude, de présenter une analyse des problèmes affectant, dans un sens comme dans l’autre, le secteur diamantaire et de justifi er à cet effet les recommandations dans leur globalité, étant entendu que ce secteur se caractérise par des problématiques spécifi ques telles que : la question de la commercialisation, la non participation au budget de l’Etat depuis plus d’une décennie, la contrebande, la sous-location au niveau des comptoirs, la sous-évaluation, l’application timide des principes du Processus de Kimberley (PK) ou encore l’utilisation du trafi c des diamants à des fi ns criminelles.
En outre, il faut signaler que l’exploitation de diamant par rapport à celle d’autres ressources naturelles n’est pas entreprise à grande échelle.
La plus grande exploitation demeure jusqu’à ce jour artisanale, libéralisée au début des années 1980. Ainsi donc, le diamant devrait, en tant que produit exploitable et exportable, contribuer au développement du pays, à la seule condition que sa gestion puisse être transparente. Dans la perspective de réponses à certaines questions que nous pouvons nous poser dans la présente étude et par rapport à notre démarche,
l’analyse des faits nous suggère la méthode historique car, le présent ne se comprend véritablement qu’à la lumière du passé où il plonge ses racines.
Aussi, notre approche dans cette même logique s’inscrit dans l’appréhension comparative qui par ailleurs trouve l’explication à travers les données statistiques, éléments indicateurs dans toute analyse rationnelle.
De même, nous jugeons opportun l’utilisation des techniques documentaires, l’entretien sous forme de focus groupe, l’interview et l’observation directe, afi n d’asseoir notre analyse sur une charpente
solide. Il sied de souligner que nous avons connu quelques heurts lors de la récolte des données statistiques. En effet, certaines sources des données nous ont imposé une procédure administrative ennuyeuse et inutilement longue, tant il est vrai que tout semble être « tabou » dans le secteur de diamant.
Il faut par ailleurs indiquer que, certains responsables des sociétés qui oeuvrent dans ce secteur ainsi que les opérateurs politiques à Mbuji Mayi ont affi ché une méfi ance à notre égard. Il a fallu faire plusieurs tours
auprès de certains services étatiques qui nous ont fi nalement reçus pour obtenir les informations nécessaires.S’agissant des creuseurs, trafi quants et négociants, tous ne se sont pas prêtés spontanément à nos questions. Les uns ont refusé sous prétexte de ne pas disposer de temps, les autres n’ont pas trouvé l’intérêt immédiat, d’autres encore exigeaient un petit geste matériel pour se prêter à l’exercice
« questions – réponses ». Il n’était pas non plus facile de faire un rapprochement entre le phénomène et/ou mythe « suicidaires2». Le problème d’interprétation d’une manière correcte des informations entre enquêteurs et enquêtés a suscité parfois des malentendus, d’où l’obligation de revenir plusieurs fois
sur le même questionnement, afi n de dégager la substance nécessaire à l’analyse.
Ainsi, pour mieux cerner la problématique sur l’industrie du diamant et surtout établir les liens entre l’exploitation du diamant, la bonne gouvernance et le développement durable en RDC, l’étude comprend dix
chapitres, hormis l’introduction et les recommandations. Il s’agit des points ci-après : cartographie des ressources minières, cadre juridique, géopolitique autour du diamant, production et commercialisation,
responsabilités sociales des entreprises minières, impact de l’exploitation du diamant sur l’environnement, l’exploitation du diamant, droits de l’homme et les problèmes liés au genre, l’exploitation du diamant et la propagation du VIH/Sida, couverture médiatique sur l’exploitation du diamant, rôle des institutions fi nancières internationales dans l’exploitation des minerais en RDC.

Cartographie des ressources minieres : le diamant
Il existe en RDC deux grandes zones très connues où le diamant est exploité d’une manière industrielle, semi industrielle et artisanale. Il s’agit de la Province du Kasaï Oriental et celle du Kasaï Occidental. Un vaste champ diamantifère, d’une superfi cie deux fois plus grande que la Belgique, s’étend entre les parallèles Sud 8°30’ et 5°, et les méridiens 20°30’. Il se trouve ainsi être à cheval sur la frontière de la RDC et l’Angola4.
On trouve dans la Province du Kasaï Oriental, la roche kimberlite où l’exploitation industrielle est effectuée essentiellement par la Société Minière de Bakwanga (MIBA) tandis qu’au Kasaï Occidental, le diamant se
trouve exclusivement dans les lits de rivières et/ou dans les terrasses. Jadis l’exploitation dans le Kasaï Occidental était essentiellement artisanale. Depuis novembre 2005, avec la présence de l’AMB Mining Investments, l’’exploitation est aussi industrielle. La plupart des livres de géographie et autres, vantent la richesse fabuleuse que regorge la RDC. La carte géologique de la RDC, renseigne que le diamant se trouve également dans les autres Provinces du pays. Outre le diamant qui est intensivement exploité dans les deux Kasaï, d’autres substances minérales exploitables existent :
• D’importants gîtes des roches carbonatées s’étendant en diagonale de
Dimbelenge à Ngandajika ;
• D’importants gîtes de Nickel, Chrome et Cobalt de Lutshatsha et Nkongo s’étendant entre Kazumba et Tshintshianku ;
• D’importants gisements primaires du diamant de Tshibwe et ses satellites de Mukongo Nsenga-Nsenga-Kamisangi ;
• Les alluvionnes détritiques d’Or des rivières Lontshime et Tshumbe ;
• Les gîtes d’Or de Luiza, des environs de Mwene-Ditu et Luputa ainsi que le Fer du craton de Kanda-Kanda ;
• Les gîtes de Cuivre, du Plomb, de Zinc et d’Argent aux confl uents Lukula- Lubi-Tshiniama ;
• Les indices de cuivre le long de la rivière Kakangayi ;
• Le gîte de Manganèse à Luputa ;
• Le gisement de Diamant et le gîte de gypse, Malachite et Sel à Kabeya – Kamwanga et Miabi (Mulundu 2003) ;
• Le gisement de diamant de Lodja, Lubefu et Tshofa ;
• L’eau minérale du lac Munkamba ;
• Le Pétrole de Bene-Dibele et Kole (CODEKOR, 1990).5
De toutes ces substances minérales énumérées ci-haut, il y a lieu de préciser que seul le diamant est exploité de manière industrielle, semi industrielle et artisanale. Les autres substances sont soit non exploitées,
soit exploitées de manière artisanale. Les autres minerais non exploités, les sont suite à certaines limitations dues notamment, à l’insuffi sance de recherche pour une meilleure connaissance des ressources et au manque ou encore à l’insuffi sance de l’énergie, des infrastructures de communication, des diffi cultés
logistiques et de la limitation des ressources fi nancières pour soutenir les investissements. Au cours de nos enquêtes, il nous a été rapporté que De Beers, actuellement en phase de prospection, aurait découvert des pipes kimberlitiques à Kabimba, village situé à 30 Km de la ville de Mbujimayi sur la route de Mwene-Ditu ainsi que des gisements de diamant exploitables à Kabinda. En dehors des Provinces précitées, hormis les Provinces du Nord et celle du Sud Kivu, les diamants sont éparpillés dans tout le pays où ils sont exploités artisanalement dans les lits de cours d’eau et dans les terrasses. Il faut noter également que dans la Province du Katanga, le diamant a été exploité par la Société De Beers jusqu’en 1982, date à laquelle la mission fut suspendue pour des raisons politiques (aucun résultat n’a été mis à la disposition de services des mines).
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Fonte: www.sarwatch.org

mercredi 5 novembre 2014

Rare Mineral Discovered in Ancient Meteorite Impact Crater


A rare mineral known from just three massive meteorite impacts has now turned up in a Wisconsin crater.

Researchers discovered the mineral, called reidite, at the Rock Elm impact structure in western Wisconsin. Reidite is a dense form of zircon, one of the hardiest minerals on Earth.
This is the oldest reidite ever found,, said Aaron Cavosie, a geochemist at the University of Puerto Rico in Mayagüez. The Rock Elm meteorite crater is 450 million to 470 million years old, he said.

Scientists first discovered the unusual high-pressure zircon in a laboratory in the 1960s. Reidite was finally identified in nature starting in 2001, at three impact sites: the Chesapeake Bay Crater in Virginia, Ries Crater in Germany and Xiuyan Crater in China.
The reidite was an utterly unexpected find for Cavosie, who was collecting zircons to establish a more precise impact age for the Rock Elm crater. "No one in their right mind would have looked for reidite in sandstone," he told Live Science. The Rock Elm crater was gouged out of carbonate rocks and sandstone that contains tiny fragments of quartz and zircon. The earlier reidite discoveries were all in impact melt breccias — a mix of rock that melted and cooled into glass during the impact and unmelted rock fragments. [Crash! The 10 Biggest Impact Craters on Earth]
"I work with the oldest zircons on Earth, and reidite is so much rarer than 4.4-billion-year-old zircons," said Cavosie, who presented the results of the research Oct. 22 at the Geological Society of America's annual meeting in Vancouver, British Columbia.
reidite
The rare mineral reidite was discovered in Wisconsin's Rock Elm Crater.
Credit: Aaron Cavosie
Zircon morphs into reidite when shock waves from meteorite impacts hike up pressures and temperatures to extreme levels, equal to those deep inside the Earth where diamonds form. The pressure makes minerals tightly repack their molecules into denser crystal structures. Reidite has the same composition as regular zircon but is about 10 percent denser.
The specks of reidite Cavosie spotted are smaller than the diameter of a human hair and are scattered within "shocked" zircons that were fractured during the Rock Elm impact. But each mineral reflects light differently, which caught Cavosie's eye as he examined slices of rock under a powerful microscope. Working with colleagues in Australia, Cavosie confirmed the presence of reidite by zapping the tiny zircons with electrons. Every mineral scatters electrons in a unique way, and the tests confirmed the presence of reidite, Cavosie announced in Vancouver.
"This is a cool find in the realm of high-pressure metamorphism," Cavosie said.
It takes incredible pressure to transform zircon into reidite, so the mineral's presence means the Rock Elm crater underwent much higher shock pressures than originally thought, Cavosie said. The transition to reidite takes place anywhere between 30 and 80 gigapascals. Earlier pressure estimates from the crater's shocked quartz topped out at 10 gigapascals, according to previous studies.
Any impact crater carved from sandstone will also have zircon, and Cavosie now thinks reidite is likely more common than scientists previously thought. "It's now time to look for it where we never would have anticipated finding it," he said.

 Fonte: http://www.livescience.com/48584-reidite-discovered-rock-elm-wisconsin.html

mercredi 9 avril 2014

HISTOIRE DES MINERALISATIONS DE LA RDC: EXPEDITIONS ET DECOUVERTES ( Versione Italiana)

" Extrait du Memoire en Sciences Géologiques,
 Université de Florence ( Constant Nzimbala, 2013)"


Due metalli fondamentali fanno la storia antica della coltivazione mineraria in Repubblica Democratica del Congo: il Ferro e il Rame. Si ritiene che la storia mineraria della RDC risalga a ben prima del 17° secolo nell’Impero Lunda . Questo Impero comprendeva la parte sud-est della Repubblica Democratica del Congo, la parte nord-est della Repubblica d’Angola e la parte nord-ovest della Repubblica della Zambia come si può vedere sulla carta (Fig.8). Il rame veniva coltivato in una grande area mineraria di dimensione simili all’ attuale Francia. Quest’area viene oggi chiamata “ Haut Katanga. L’ Impero Lunda controllava il “carrefour” ( punto di incontro per scambi commerciali) della commercializzazione del rame prodotto in questa zona.
Verso gli anni 60 dell’ottocento, “I BAYEKE” che significa “cacciatori”, un popolo nomade e cacciatore, proveniente dalla Tanzania, attraversarono il lago Tanganika per raggiungere la regione di “Garenganze” e conquistarono così la zona mineraria, che venne sfruttata da M’SIRI, che divenne Re della “Garenganze” (1862), la parte congolese dell’impero Lunda (attuale Katanga).
4.2. Re M’siri e le prime spedizioni per l’esplorazione della ricca regione mineraria di Katanga
Mwende M’siri Shitambi Ngelengwa (Foto 12.) che significa: “colui che stupirà il mondo”, nato nel 1830 nella regione di Busabaga che significa: “paese dei coltivatori” in Tanzania da una famiglia reale, divenne Re dei “ Bayeke” del regno Garenganze (l’attuale Katanga): regione ricca di materie prime minerarie conosciuta già negli anni Ottocento. Fu un grande guerriero, nazionalista e riunificatore, ma anche mercante e per certi versi e in certi limiti “modernizzatore. È stato il primo re ad introdurre il vaccino contro la varicella nel Katanga e soprattutto adottò l’uso della “ croisette” ( crocette) di rame come moneta al posto di “Troc” (baratto).

 Cronologia delle spedizioni

Tra 1780–1820, inizio dei rapporti commerciali tra popolo Sumbwa e Katanga, capo locale di Katanga stabilendo contatti interni in concorrenza con gli Arabi.
Nel 1845 circa, avviene il primo viaggio di Kalasa, padre di M’siri, nel Katanga che stringe un’ alleanza con alcuni capi locali, come Katanga e il Mpande dei Sanga.
Nel 1850 circa, accompagnato da suo figlio M’siri, Kalasa compie un secondo viaggio nel Katanga, provincia del Regno Lunda(Fig.10) retto dal Kazembe Kinyanta–Munona (“governatore”).
Nel 1855 circa, M’siri torna nel Katanga e stringe un’ alleanza col Kazembe il governatore di Katanga.
Nel 1862 , Kazembe Kinyanta–Munona muore e si scatena una guerra civile nel Regno Lunda, e che si conclude con l’elezione di Sunkutu. Dopo la morte di Sunkutu, M’siri allora si impone ai Lamba di Katanga, popolo del tribù di Sunkuta
Nel 1863, gli Arabi avanzano fino a Nyangwe, e poi nel Lomami per tentare di conquistare il mercato e la regione di M’siri.
Nel 1864, M’siri si oppone a diversi attacchi come quelli dei Luba ( un tribù avversario della regione) e i Sanga ( popolo del tribù Sanga) sottomettendoli.
M’siri sconfigge il Kazembe dei Lunda, annettendone tutti i territori a ovest del fiume Luapula durante quattro anni, cioè dal 1865 al 1969. Dopo la morte del suo padre nel lontano Unyamwezi nel 1870, M’siri sconfigge i Beni Mutimbi e si proclama mwami (Re) del nuovo regno, il “Garenganze” e fonda la capitale Bunkeya. Alleatosi con gli Swahili, M’siri inizia una lunga guerra contro i Luba. Intanto nel Congo orientale, inizia l’ascesa del commerciante Swahili–Nyamwezi di Zanzibar, Muhammad bin Hamad (noto come Tippu
Tib). Tra il1875 e il1885 si conferma l’apogeo del regno di M’siri, ma, nello stesso periodo si moltiplicano le pressioni europee e in particolare belghe.
Tra il 1876 e 1879, Leopoldo II, incoronato nel 1865, crea “l’Associazione Internazionale per l’esplorazione e la civilizzazione dell’Africa” (AIECA), e nel novembre 1878 un Comitato di Studi sull’Alto Congo (CSAC) .
Nel 1877, inizia uno stato di ostilità con gli Arabi, che culminerà con la Campagna araba dal 1891al 1894. Nel 1879, si moltiplicano le spedizioni straniere nel Congo, con intenti sia scientifici che di conquista.
Nel 1882 il CSAC si trasforma in Associazione Internazionale del Congo (AIC). In cinque anni Stanley, esploratore Inglese al servizio di Leopoldo II, re del Belgio, conclude ben 500 “trattati” di sovranità con i capi indigeni, e fonda una quarantina di stazioni coloniali fra cui Leopoldville (1881) ( l’attuale Kinshasa: capitale).
Nel 1883 è Sir Frédéric Goldsmith (capo spedizione inglese) a guidare una missione durante la quale Inglesi, Portoghesi e Tedeschi si affacciano nel Katanga; nel 1884 i Tedeschi Böhm e Reichard, partiti dal Tanganica sotto le bandiere “dell’Afrikanische Gesellschaft,”( società Africana) arrivano a Bunkeya ( capo-luogo della Garenganze: Katanga); poco dopo, i Portoghesi Capello e Ivens, sono partiti dall’Angola.
Dal 1884 al 1885 si tiene la Conferenza di Berlino, in cui le grande potenze si distribuiscono il territorio Africano; l’Atto generale finale (26 febbraio 1885) prevede la fondazione dello “Stato Indipendente del Congo”, gestito dall’Associazione Internazionale del Congo, e comprende, fra le altre, tre prescrizioni per il “bacino del Congo”: libertà di navigazione e di commercio da un Oceano all’altro ( Atlantico - Indiano); neutralità dei territori in caso di guerra in Europa; soppressione della tratta dei neri.
Il 30 aprile 1885, Leopoldo II viene proclamato re dello Stato del Congo, che il 1° agosto viene ribattezzato “Stato Indipendente del Congo”(SIC), includendo anche Garenganze (almeno sulla carta). Nuove spedizioni scientifiche e di conquista, fra cui quelle per il Katanga, si succedono negli anni seguenti.
Il 26 dicembre 1886 il Re Leopoldo II fonda la Compagnia del Congo per il Commercio e per l’Industria (CCCI) e nel 1888 nasce a Bruxelles la Società Antischiavista belga (SAB), sempre per rinforzare le sue istituzioni e efficacia alla conquista totale del Congo e nello stesso anno si scopia la rivolta dei Sanga contro M’siri, che dure cinque anni.
Nel 1887 il commerciante Afro–arabo “Tippu Tib” diventa “vali”(governatore) dello “Stato indipendente del Congo” e si impegna a combattere la tratta degli schiavi.
Nel 1890, i belgi sequestrano l’avorio delle carovane swahili e arabe, come “proprietà” dello Stato Indipendente del Congo .
Il Belgio, fra le tante spedizioni come la Società antischiavista, fra il 1890 e il 1893) ne organizza tre per occupare per primo il Katanga, di cui sarà risolutiva la terza, guidata da un ex aiutante di Stanley, il capitano William G. Stairs.
Tra il1890 e il1891, Le Marinel (esploratore Belga) lascia Lusambo il 25 dicembre con Descamps, Legat e Verdick e arriva il 18 aprile 1891 a Bunkeya, dove trova la missione inglese. Dopo 7 settimane di vani tentativi di convincere M’siri a sottomettersi, Le Marinel torna a Lusambo (), lasciando Legat e Verdick a Bunkeya.
Nel 1891, si effettua la spedizione “Delcommune”, che, partita da Bena–Kamba, raggiunge nel maggio 1891 Gongo–Lutete, poi Kabinda, residenza del capo luba “Lupungo”, ma viene tuttavia stremata dagli attacchi degli indigeni di Kikondja e dalla mancanza di viveri. La spedizione Delcommune arriva il 6 ottobre 1891 a Bunkeya, che lascia prima dell’arrivo della spedizione Stairs, per poi tornar e incontrare nel giugno 1892, la Spedizione Bia. Il 31 ottobre del 1891, la Spedizione Stairs parte da Zanzibar (Kenya) col capitano “Bodson”, il marchese de Bonchamps (Francese) e il dottor Moloney, W. G. Stairs giunge a Bunkeya il 14 dicembre 1891 dopo aver concluso un “trattato” col grande capo M’Pweto. M’siri, che sta cercando contatti con gli inglesi per controbilanciare le ormai fortissime pressioni belghe, rifiuta la sottomissione. In uno scontro a fuoco, il 20 dicembre, il mwami viene ucciso da Bodson, a sua volta colpito a morte da un soldato di M’siri. Nello stesso anno viene fondata la Compagnia del Katanga (CK) che organizza una spedizione guidata dal capitano Bia, insieme di luogotenenti Francqui e Derscheid e al geologo Cornet,( vedi § 5.4), che parte nel novembre 1891 da Lusambo. Nel Katanga si scontra con i Sanga, nonostante la morte di M’siri.
Nel 1892, raggiunge a Bunkeya la spedizione Stairs, per poi proseguire per altre esplorazioni nella colonia, percorrendo un totale di 6400 chilometri in 14 mesi. La Campagna araba, cominciata dal1891, termina con la vittoria belga del 1894. Si rafforza il dominio coloniale nel Congo e nel Katanga , anche grazie alla penetrazione economica con la fondazione del Comitato Speciale del Katanga (CSK) (società concessionaria, 1900) e delle Ferrovie del Katanga.
Nel 1906 nasce “l’Union Minière du Katanga” (UMK) (unione miniera di Katanga
che inizia l’estrazione del rame nel 1911, dopo la costruzione della ferrovia di collegamento
con la costa, si comincia inoltre a sfruttare intensivamente anche il caucciù.

Spedizione Bia-Francqui e le grande scoperte

La spedizione Bia-Francqui, guidata dal capitano BIA, è la spedizione belga che ha
aperto la via verso le più grande scoperte minerarie nella Repubblica Democratica del
Congo.
Nel 1892, Jules Cornet, il geologo belga, membro della spedizione Bia-Francqui , durante la sua visita del deposito minerario di Kambove a Kalemi, decide di effettuare una raccolta dei campioni di roccia con cui realizza il primissimo studio scientifico delle risorse minerarie di Katanga. A. Jamotte e J. Lepersorsonne (1947) hanno confermato che i primi studi scientifici delle risorse minerarie del Congo furono svolti tra anni 1891 e 1904..
In partenza, il compito principale che fu affidato a J.Cornet fu quello di scoprire il deposito d’oro che sembrava presente nella concessione o zona mineraria di M’SIRI sulla base di osservazioni precedenti. Nell’area erano infatti presenti rocce che presentavano una colorazione tendente al giallo, tali da fare pensare che potessero essere indizi di giacimenti di oro a dare questa colorazione. J.Cornet scopre che sono depositi di rame che chiama “metallo Giallo” per il suo colore. Da quel momento il rame attrae e risulta essere la maggiore fonte di attenzione per gli esploratori dell’Africa centrale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. J. Cornet dimostra inoltre che l’immensa ricchezza mineraria del territorio Congolese risiede soprattutto nei numerosi giacimenti cupriferi, come si era sostenuto fine a quel momento. Allo stesso tempo Cornet attira l’attenzione sui depositi massicci di ferro, identificati come una ricchezza latente del sottosuolo Katangese.
Solo nel 1903 viene messi in evidenza i giacimenti auriferi della regione di Kilo - moto dove questo metallo prezioso è segnalato da J.Henry nel 1895.
Nel 1904 vengono inoltre scoperti, depositi di cassiterite a Katanga, in cui si estrae lo stagno. Nel 1907, sono scoperti diamanti nella regione di Kasai in seguito alle prospezioni della “Forminiere”
Così finisce la fase delle prime grandi scoperte delle risorse minerarie in Repubblica Democratica del Congo. Successivamente inizia la fase dello sfruttamento delle mineralizzazioni di maggiore interesse economico: oro, stagno, rame e diamante. E durante la coltivazione di questi minerali, sono stati scoperti diversi giacimenti d’altri minerali come: cobalto, uranio, tantalio, niobio, tungsteno, argento, platino, palladio, piombo, zinco, cadmio, manganese, carbone, salgemma, caolinite, calcari, quarziti; che oggi fanno oggetto di sfruttamento da diverse compagnie minerarie, nazionali che multinazionali e straniere.

 Altre scoperte delle specie mineralogiche della RDC

Foto 1: Malachite ( Katanga)

Oltre ai minerali potenzialmente economici, sono state scoperte molteplici sostanze mineralogiche anche non economiche in RDC. La quasi totalità delle specie minerali scoperte in RDC, è frutto dei geologi e mineralogici belgi e francesi che hanno lavorato nelle compagnie minerarie nate nella Repubblica Democratica del Congo fino dal tempo coloniale, motivo per cui si trova la più grande collezione delle specie minerarie al Museo Reale dell’Africa Centrale ( MRAC), a Tervuren in Belgio (§: museo).
In questa fase di scoperta, il Professore Alfred Schoep ( 1881-1966), scopre da solo o in collaborazione , 14 nuove specie mineralogiche, principalmente Uranifere, nei depositi cupro-cobaltiferi del Katanga meridionale; si tratta di : becquerelite, buttgenbachite, curite, dewindtite ,dumontite, ianthinite, julienite, kasolite, likasite, paraschoepite , parsonsite, sklodowskite, e soddyite vandenbrandeite . Sempre presso l'Università di “Ghent”, Marcel De Leenheer , si consacra tra 1934 e 1935 allo studio degli ossidi idrati di cobalto raccolti nelle miniere di Katanga e soprattutto a Mindigi e Shinkolobwe. Questo autore (Marcel De Leenheer) riconosce nuove specie come boodtite, mindigite e il trieuite.
Nominato direttore del “ Union Miniere du Haut-Katanga” UMHK ,(Unione miniere dell'Alto Katanga), dal 191 Henri Buttgenbach (1874-1964) cominciò a studiare i minerali dei depositi cupro-cobaltiferi e uraniferi e descrive quindi le specie seguenti: la cornetite ,fourmarierite, cuprosklodowskie e la toreolite, trovata nella pegmatite di Manono nel Nord Katanga. Joseph Melon (1898-1991), successore di Henri Buttgenbach descrive la sharpite di Shinkolobwe. Nel 1932, presso l'Università cattolica di “Louvain” (UCL), Jacques Thoreau (1886-1973) ha descritto la saléeite di Shinkolobwe in Katanga , mentre Jules Moreau, il successore , dallo studio del deposito di rame-zinco di Kipushi, ha descritto un nuovo minerale di germanio: briartite. In seguito, Paul Piret, cristallografo al U.C.L. ho collaborato con Michel Deliens per la descrizione di molti nuovi minerali del Congo (vedi sotto). I geologi che hanno lavorato nelle miniere congolesi hanno anche contribuito in modo significativo allo sviluppo della mineralogia locale. Johannes Franciscus Vaes (1902-1978) ha studiato in particolare i giacimenti minerari sfruttati da “UMHK” e ha scoperto e descritto otto nuove specie tra 1947 e 1949: billietite, masuyite, renierite, richetite, schuilingite-(Nd), sengiérite e studtite vandendriesscheite. Due altri geologi, Theo Verbeek e Robert Oosterbosch hanno lavorato in collaborazione con i mineralogisti francesi ( indicati sotto) tra 1965 e 1971 per la descrizione della selenite uranifera di Musonoi: demesmaekerite, derriksite, marthozite, (Cesbron et al) e guilleminite (Pierrot et al). A Kivu, Alexander Safiannikoff scopre la lueshite (1959) nella carbonatite di Lueshe, mentre i Finlandesi Sahama Th e K. Hytönen, interessati alla lava dei vulcani del Kivu, hanno scoperto tra 1957 e 1959: combeite, il götzenite, il delhayelite, e la trikalsilite kirschteinite. Sempre a Kivu, Leopold Van Wambeke studiando la pegmatite e berilio e della columbite di Kobokobo, gli permesse di definire il kivuite (1958) e eylettersite (1972). Lo stesso autore trova la zaïrite a Etaetu (1975).Tra 1923 e oggi, altri ricercatori Belgi o stranieri hanno scoperto numerose specie minerali i cui nomi sono elencati alla fine di questo paragrafo. Un importante contributo alla mineralogia sistematica dei depositi congolesi sono stati fatti negli ultimi anni attraverso la collaborazione di Michel Deliens (Museo reale dell’Africa centrale a Tervuren, e il Royal Institute of Natural Sciences di Bruxelles, Belgio) e Paul Piret (Università Cattolica di Lovanio in Belgio). Questi autori si sono dedicati allo studio delle associazioni di minerali secondari di rame, cobalto e uranio del Katanga meridionale e alle mineralizzazioni uranifere associate alle pegmatite granitiche a Berillio e columbite di Kobokobo nel Kivu. A Katanga, sette altre nuove specie mineralogiche sono scoperte nei depositi uraniferi di Shinkolobwe e di Swambo: bijvoetite-(Y), lepersonnite-(Gd), metastudtite, oursinite, sayrite e swamboite urancalcarite; poi 4 minerali contenenti elementi delle terre rare associati all'uranio dalla miniera di Kamoto Est: astrocyanite-(Ce), françoisite-(Nd), kamotoïte-(Y) e shabaite-(Nd) e 5 specie di rame e / o cobalto sono state descritte in vari depositi: kipushite ( Kipushi), comblainite (Shinkolobwe), heterogenite-2H (Mindigi), kolwezite (Musonoi) e ludjibaite (Ludjiba). Infine, 11 fosfati di uranio secondari e cationi diversi costituiscono l'associazione originale evidenziata nella pegmatite di Kobokobo: althupite, kamitugaite, metavanmeersscheite, moreauite, mundite, phuralumite, ranunculite, threadgoldite, triangulite e upalite vanmeersscheite. L’ultima specie scoperta nel 1996 in Katanga è piretite di Shinkolobwe descritta da Michel Renaud e Deliens Vochten (Rijksuniversitair Centrum Antwerpen).

E importante notare che è quasi scomparsa la ricerca scientifica delle nuove specie che comunque pensiamo che ci siano senza dubbio già pensando che circa due terzi del territorio congolese non ha ancora conosciuto ricerche approfondite.

" Extrait du Memoire en Sciences Géologiques,
 Université de Florence ( Constant Nzimbala, 2013)"



mardi 8 avril 2014

L'OPERA DEI CICLI GEOLOGICI PER LA VITA SUL PIANETA TERRA


Terra, un pianeta abitabile grazie ai cicli geologici

 Un nuovo studio che spiega almeno in parte perché il nostro è un pianeta goldilocks, dotato cioè di caratteristiche fisiche, chimiche e ambientali favorevoli allo sviluppo della vita confermando quindi che l'emersione delle rocce giovane con la formazione delle vaste catene montuose nel Cenozoico 60 milioni di anni fa circa, abbia contribuito in modo determinante all'equilibrio del ciclo del carbonio.

( Foto: La Cordillera Blanca, nelle Ande peruviane (© Ian Egner/Robert Harding World Imagery/Corbis))

La Terra è un pianeta abitabile perché gode di una miriade di condizioni fisiche chimiche e ambientali, dalla temperatura alla composizione dell'atmosfera, che si sono mantenute entro un intervallo di valori medi, favorevoli allo sviluppo e alla continuazione della vita. E questo si deve almeno in parte alle dinamiche geologiche che portano all'esposizione di nuovi strati di roccia durante la formazione delle grandi catene montuose e che hanno mantenuto in equilibrio il ciclo globale del carbonio e quindi un livello di anidride carbonica nell'atmosfera né troppo elevato né troppo basso.

E' quanto sostengono in un articolo sulla rivista “Nature” Mark Torres della University of Southern California a LosAngeles e colleghi dello stesso istituto e dell'Università di Nanjing, in Cina. 

In termini teorici, quando in un sistema dinamico si determinano condizioni favorevoli solo se un certo numero di parametri si mantengono lontani dai valori estremi si parla di principio di Goldilocks, dal nome di una favola in cui la protagonista, una bambina dai riccioli biondi, si trova a suo agio nella casa degli orsi in cui è entrata di soppiatto solo quando trova un cibo “Né troppo freddo né troppo caldo”, o un letto per dormire “né troppo grande né troppo piccolo”. 

questo caso si parla, più sinteticamente e gergalmente, di pianeti goldilocks.

In quest'ultimo studio, Torres e colleghi hanno analizzato in particolare una delle fondamentali condizioni goldilocks della Terra, e cioè la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, che si è sempre mantenuta entro valori compatibili con la vita.
La concentrazione di anidride carbonica è fortemente correlata ai processi geologici. La roccia “fresca”, che emerge sulla superficie terrestre per esempio quando si formano le catene montuose, si comporta come una sorta di spugna, assorbendo grandi quantità di CO2. Se questo processo non fosse stato controbilanciato, tutta l'anidride carbonica sarebbe stata assorbita entro pochi milioni di anni, facendo mancare l'effetto serra e rendendo la superficie del pianeta un luogo freddissimo e inadatto alla vita. 

Una fonte di anidride carbonica atmosferica sono le eruzioni vulcaniche, ma recenti stime hanno evidenziato che il loro tasso di emissione di CO2 non basta a bilanciare l'assorbimento da parte delle rocce. Torres e colleghi hanno studiato alcuni campioni di roccia prelevati dallle Ande. Dalle analisi è emerso che il processo di meteorizzazione, cioè di disgregazione e alterazione chimica delle rocce affioranti in superficie dovuto al contatto con l'atmosfera, determina il rilascio di molta più anidride carbonica di quanto stimato in precedenza. In particolare, la rapida erosione nelle Ande porta alla luce molta pirite. La decomposizione chimica di questo minerale produce acidi che a loro volta determinano il rilascio di anidride carbonica da parte di altri minerali.

Questo importante riscontro ha portato a considerare le implicazioni globali del rilascio di CO2 durante la formazione delle Ande, a partire da 60 milioni di anni fa, durante il periodo Cenozoico. Analizzando le registrazioni marine del ciclo del carbonio a lungo termine, gli studiosi hanno ricostruito l'equilibrio tra la produzione e l'assorbimento di anidride carbonica riconducibili al sollevamento di grandi catene montuose, concludendo che il rilascio di CO2 per meteorizzazione potrebbe aver avuto un ruolo essenziale nella regolazione della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera negli ultimi circa 60 milioni di anni, spiegando almeno in parte l'abitabilità del nostro pianeta.


Fonte : http://www.lescienze.it/news/2014/03/21/news/goldilocks_ciclo_carbonio_terra_abitabile-2063595/

LA GEOPHYSIQUE ET EXPLORATION DU SOUS-SOL

(PARTIE 1)

"Dans cette première partie de la publication, nous allons simplement introduire le concept d'une maniere sintehtique et introduire quelques techniques d'application, que nous allons approfondire dans les pubblications prochaines. merci et bonne lecture"

La géophysique étudie les caractéristiques physiques de la structure du sous-sol et de l’ensemble du globe terrestre en utilisant des techniques de mesures indirectes, notamment la gravimétrie, le géomagnétisme, la sismologie, la résistivité, la sismique réflexion et la sismique réfraction.
Par exemple, la principale technique de géophysique utilisée dans la recherche deréservoirs souterrains pour le stockage du gaz naturel, ainsi que dans l’exploration pétrolière et gazière, est la sismique réflexion. C’est une méthode de prospection qui visualise les structures géologiques en profondeur grâce à l'analyse des échos d'ondes sismiques.
Outre à la recherche des hydrocarbure, la géophysique est aussi un outil incontournable pour la géologie minière, puisque les gisements les plus faciles à découvrir l’ont déjà été et parce que l’on s’adresse à des  profondeurs de plus en plus grandes. Elle est aussi utilsée pour la caratterisations des aquifères et la recherche d'Eau potable.
QUELQUES TECHNIQUES D'EXPLORATIONS GEOPHYSIQUES
1. La Technique de la sismique à réflexion

La sismique réflexion utilise la réflexion des ondes sur les interfaces entre plusieurs niveaux géologiques. Les ondes émises se propagent et sont en partie réfléchies à chaque limite de couches de roches, ayant des vitesses et des densités différentes. Elles sont captées par des récepteurs en surface, des hydrophones en mer ou des géophones sur terre.
La source de l’onde élastique est habituellement constituée d’un ou plusieurs vibrateurs travaillant à la surface. Les ondes de retour enregistrées sont en général assez complexes. Elles incluent un signal lié directement à la source des ondes, un signal lié aux réflexions en sous-sol et un signal associé à certaines réfractions.
Le temps de retour de l'onde sismique permet de situer la position de cette transition dans l'espace. L'amplitude de l'onde peut apporter des renseignements sur certains paramètres physiques des milieux en contact. Cependant, en raison de l'atténuation rapide des hautes fréquences dans le sous-sol, la profondeur d'investigation diminue rapidement en fonction de la fréquence centrale de la source utilisée.
Le signal associé à la source inclut en général des ondes de compression, des ondes de cisaillement ainsi que des ondes de surface. Ces deux derniers types d’ondes sont généralement éliminés lors du traitement des données.

2. Technique de la Sismique à Réfraction

Parmi les méthodes d’exploration du sous sol, la sismique réfraction a pour vocation principale la reconnaissance des massifs rocheux dans le cadre des projets d’implantation d’ouvrages  d’art, et ceci sous deux aspects fondamentaux : 

a) la recherche et le suivi de l’évolution de la position du substratum sous une couverture 
meuble, 

b) la caractérisation de l’état physique des diverses zones du massif rocheux par la  connaissance des vitesses sismiques de chacune de ces zones. L’application la plus  courante est l’analyse des propriétés mécaniques des massifs préalablement à l’édification  des grands ouvrages de travaux publics (barrages, grands travaux …). 

Cette méthode peut aussi être utilisée en association avec d'autres techniques dans le cadre  de la reconnaissance d'aquifères, de la caractérisation de la rippabilité des terrains ou de  recherche indirecte de matériaux. 

Il est important de ne pas confondre la sismique réfraction, méthode adaptée aux  reconnaissances à faible et moyenne profondeur (200 m maximum), avec la sismique  réflexion, méthode sismique de base pour les reconnaissances à très grande profondeur, qui  met en jeu des moyens et des investissements incomparablement plus importants.
3. Technique Electromagnetique
L'une des méthodes appliquée, developpée par L.CAGNARD (au centre  géophysique de GARCHY, est la magnétotellurique qui de plus en plus occupe  une place importante dans l'éxploration; Son apport est précieux pour l'étude  des bassins sédimentaires susceptible de contenir des hydrocarbures ou  d'autres sources énérgitiques (sources hydrothérmales, gites d'uranium etc..)  Elle contribue également à la définition de l'interface séparant le bassin au  socle.  En éffet le passage du sédiment au socle se traduit par une grande  discontinuté, des paramètres, telle la résistivité; La connaissance de la  topographie du socle déduite de ces paramètres permet d'orienter les travaux  ultérieurs et choisir la méthode géophysique convenable au but rechérché. Le  paramètre utilisé en MAGNETOTELLURIQUE est la résistivité des roches sa  quantification permet aux géophysiciens de drésser des coupes géo- électriques en profondeur ou des cartes d'iso-résistivité, dont l'interprétation  contribuera à la localisation des stuctures à une deux ou trois dimensions.
Nous allons donner plus de details dans les prochaines publications.
4. Technique Electrique

La prospection électrique est une des méthodes géophysiques, appliquée dans l'exploration du sous sol, par sondage vertical ou par profilage (recherche des conducteurs).
La profondeur d'investigation s'étale de quelques centimètres à quelques centaines de mètres de profondeur; donc son spectre d'utilisation est très large: En sub surface, en recherche minière , dans l'agriculture , dans l'aménagement du territoire, construction de batiments, des ponts et chaussés, voies ferrées, dans les recherches archéologiques, également dans la recherche des aquifères en hydrogéologie. Elle est utilisée en sub-surface, grace aux techniques de multi électrodes, on peut osculter la partie superficielle du sol avec une grande précision.

( à suivre...)